Traduzione di Alessandro Bai

Quando si parla della straordinaria generazione rubro-negra (rossonera, n.d.T) del 1980 è quasi automatico fare riferimento al “Flamengo di Zico”. Non che ci sia da stupirsi, visto che quel numero 10, craque decisivo e punto di riferimento di quella squadra, è poi diventato il più grande nome nella storia del club. Ma tra i principali esponenti di quella costellazione viene menzionato immancabilmente il nome di Jorge Luís Andrade da Silva, noto ai posteri semplicemente come Andrade. Questo non deve sorprendere: quell’uomo con la maglia numero 6, fondamentale nei maggiori trionfi della squadra, era un volante che faceva dell’eleganza il caposaldo del suo stile di gioco, traspirando classe persino quando un tackle scivolato era l’unica soluzione rimasta.

Per permettere a Zico di spaziare per tutto il campo e agli attaccanti Nunes, Tita e Lico di divertirsi nei settori più offensivi, al fianco di Adílio Andrade assumeva il ruolo di garante dell’equilibrio rubro-negro, fungendo allo stesso tempo da bilancia e accordatore, con un’autorità vista poche volte in un volante. Efficiente nella marcatura, sapeva pulire il gioco con maestria e, in accordo con quanto già detto da Zico, era il miglior passatore di quello squadrone. Spesso e volentieri dispensava lanci lunghi con precisione chirurgica e la competenza tipica dei migliori giocatori di biliardo. Quello che vediamo fare oggi ai più moderni volanti, Andrade lo faceva già negli anni Ottanta, ma ancora meglio e con un senso di superiorità ineguagliabile.

Non era certo un’impresa semplice considerarsi titolare in quella squadra fortissima che cominciò a formarsi nella Gávea (il vivaio del Flamengo, n.d.T) sul finire degli Anni Settanta. Oltretutto, il principale concorrente di Andrade per un posto in mezzo al campo era nient’altro che Paulo César Carpegiani, centrocampista di grandi capacità, sebbene già giunto nella fase finale della propria carriera a causa degli infortuni. Lo stile di gioco di Andrade era fin troppo moderno per quell’epoca, tanto da spaventare: a metà degli Anni Settanta perse il posto da titolare nelle giovanili e fu spedito in prestito al Los Andes, in Venezuela, dato che il tecnico di allora Américo Faria gli chiedeva di restare piantato di fronte ai difensori. Ma il calcio di Andrade, degno di un professore, abbracciava tutto il campo.

Il percorso di Andrade rispecchia quello del calcio brasiliano stesso, o meglio, di chi realmente fa il calcio brasiliano. Le grandi difficoltà hanno sempre fatto parte della vita dell’elegante centrocampista nato a Juiz de Fora, nello stato di Minas Gerais. Con i genitori separati, iniziò prestissimo a lavorare per aiutare la madre a crescere sei figli. Consegnava i cestini del pranzo e il calcio gli fruttava già qualcosa: quando vestiva la maglia del Vila Branca riceveva degli spiccioli dal proprietario di un ristorante, probabilmente il suo primo ammiratore, come raccontato raccontato da Revista Placar. Seppur privato dei giochi e delle distrazioni dell’infanzia, non rinunciò mai agli studi. Questo gli permise di sviluppare la passione per la lettura e il cinema, nonostante la realtà continuasse ad abbattersi su di lui in maniera implacabile. La famiglia fu sfrattata più volte e arrivò a condividere l’alloggio con altri. Quando ricevette l’invito del Flamengo, l’obiettivo principale era acquistare una casa per la madre.

Ma nemmeno l’approdo a Rio de Janeiro fu privo di preoccupazioni. Spaventato dalla grande città, Andrade passò tre mesi praticamente rinchiuso nel centro di allenamento per paura dei delinquenti mascherati e dei palazzi enormi. Le prestazioni sul campo, tuttavia, cozzavano decisamente con la sua timidezza. Le sue lunghe falcate, il talento e i passaggi perfetti trasformavano il latifondo di centrocampo in un metro quadrato nel quale la sua classe regnava incontrastata. Nel 1981 divenne titolare e si mise in evidenza in quelle che, fino allo scorso anno, furono le più grandi vittorie della storia rubro-negra.

La sua attitudine calma gli valse un solo cartellino rosso in tutta la carriera: arrivò proprio nel match decisivo della Libertadores 1981, nel corso dell’autentica carneficina spalmata in tre atti contro il Cobreloa. Nello spareggio giocato allo stadio Centenário, nel quale Júnior fu aggredito da un giocatore cileno, Andrade non ci pensò due volte prima di reagire. Anche a confronto pienamente indirizzato a proprio favore, il Flamengo non dimenticò le botte prese in Cile giorni prima e passò alla storia per l’ingresso dell’attaccante Anselmo, inserito nei minuti finali soltanto per prendere a pugni Mario Soto su richiesta di Carpegiani, che all’epoca era diventato tecnico della squadra.

Non ci fu mai per il Flamengo un finale di anno come quello del 1981. Nel giro di poche settimane, il club carioca vinse la Libertadores e il Mondiale per club, oltre al campionato statale contro il Vasco da Gama. Oltretutto, e questo è un segnale dei tempi che cambiano, dei match decisivi giocati il più agevole fu quello contro il Liverpool, che subì una vera e propria lezione con un 3-0 maturato soltanto nel primo tempo. Nel frattempo, nel “banco dei sogni” ci fu spazio anche per altre gioie, come la goleada redentrice rifilata al Botafogo a novembre, 6-0, che restituì lo stesso esatto numero di reti incassate in una delle sconfitte rossonere più dolorose, quando nel 1972 gli alvinegros inflissero il cappotto esattamente nel giorno dell’anniversario del Flamengo. Maestro nell’arte di posizionarsi in campo, Andrade segnò il sesto gol, più festeggiato degli altri poiché portava in dote la tanto attesa rivincita con un bolide scagliato dal limite dell’area.

Prima di una breve esperienza nella Roma, Andrade vinse anche il suo quarto campionato brasiliano, nel 1987. È dai suoi piedi che partì il passaggio millimetrico per il gol di Bebeto nella sfida decisiva contro l’Internacional. Oltre a lui, gli unici superstiti della squadra storica di inizio decennio erano Zico e Leandro. Dopo aver difeso per 10 anni la maglia a strisce orizzontali rossonere, il rapporto dell’instancabile centrocampista con la torcida del Flamengo diventò così genuino che nemmeno il suo passaggio al Vasco, in seguito al ritorno dall’Italia, pose un asterisco di fianco al suo nome. E visto il vizio di collezionare titoli, Andrade vinse ancora il campionato brasiliano del 1989 con la maglia con la Croce di Malta (quella del Vasco, n.d.T). Pochi mesi fa, un busto in suo onore è stato inaugurato nella sede del Flamengo.

Oltre ai cinque titoli nazionali conquistati da allenatore, Andrade trionfò anche come tecnico nel 2009. Più di una volta scelto come traghettatore del Flamengo, in quell’occasione fu assunto nel mezzo del campionato e, dirigendo Petkovic e Adriano, pose fine a un digiuno lungo 17 anni. Ultimo tecnico di colore a vincere la competizione, Andrade non vide però la sua carriera decollare. Pochi mesi dopo quella conquista epica, nella quale recuperò 12 punti di distacco dalla capolista Palmeiras, fu licenziato e ottenne poche chance in altri club negli anni successivi. Andrade rispecchia la storia del calcio brasiliano stesso, o meglio, di chi veramente fa il calcio brasiliano. Non è un caso che il suo percorso sia sempre citato quando si discute del razzismo presente nel calcio brasiliano, che difficilmente affida a professionisti di colore posizioni di rilievo. Perché la questione dell’ordine gerarchico, dentro o fuori dal campo, non lo ha mai abbandonato.