Traduzione di Alex Čizmić

«Il calcio non può cambiare il mondo, ma può essere parte del processo di cambiamento», scrive il politologo ed ex calciatore svedese Gabriel Kuhn in “Soccer vs. the State: Tackling Football and Radical Politics”.

Sebbene non abbia cambiato la situazione in paesi come Algeria, Costa d’Avorio e Sudafrica durante i loro momenti di difficoltà, il calcio ha preso parte al processo di cambiamento.

Prendiamo, ad esempio, l’Algeria dove calcio e resistenza sono sempre andati di pari passo. La nazionale maggiore, campione d’Africa in carica, è nata prima dello Stato e occupa un posto speciale nel cuore degli algerini. Nota all’epoca come squadra del FLN, fu fondata nel 1958 come parte dell’esercito del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) che lottava per l’indipendenza, che l’Algeria conquisterà nel 1962. La squadra del FLN mostrò ai colonizzatori che l’Algeria poteva reggersi sulle proprie gambe, persino nel calcio, sport in cui al tempo numerosi algerini rinforzavano la nazionale francese. La squadra del FLN girò il mondo utilizzando il calcio come veicolo per inviare in patria un messaggio panafricanista e le proprie ambizioni di autonomia.

All’inizio del 2019, dagli stadi algerini sono partiti i cori che risuonavano in tutto il paese nelle proteste che hanno portato alle dimissioni dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, che si era candidato per il quinto mandato nonostante le sue precarie condizioni di salute. Gli ultras, e le loro canzoni, sono stati un catalizzatore delle proteste pacifiche che hanno rovesciato l’83enne Bouteflika che governava il paese nordafricano da venti anni.

Il calcio, dunque, non ha cambiato lo status quo in Algeria, ma è stato parte del processo di cambiamento. Come accaduto in Costa d’Avorio.

Didier Drogba e i suoi compagni di nazionale, in ginocchio e abbracciati, hanno colto l’occasione della qualificazione ai Mondiali del 2006 per appellarsi ai propri concittadini e chiedere la fine di una guerra civile che stava devastando la Costa d’Avorio. Un accordo di pace sarà firmato due anni dopo il commovente discorso di Drogba all’interno dello stadio di Al-Merrikh.

STADI E RIUNIONI POLITICHE

Probabilmente, il discorso di un calciatore non avrebbe portato alla pace in Sudafrica durante la lotta del paese contro l’apartheid, ma il calcio e i suoi stadi hanno sicuramente contribuito a smantellare il regime sanguinario che divideva il Sudafrica lungo linee razziali. Il calcio non solo ha offerto alla maggioranza nera speranza e una via di fuga da quei tempi difficili, ma i suoi stadi hanno rappresentato terreno fertile per impegnarsi politicamente in un’epoca in cui le riunioni politiche erano state bandite. Mentre il rugby e il cricket rispettavano le divisioni razziali, con il governo dell’apartheid che utilizzava gli Springboks a fini propagandistici, il calcio sfidò il regime.

«Il calcio inteso come sport è importante perché unisce le persone e ha già assunto ruolo di guida [in passato]. Ai tempi dell’apartheid è stato l’unico sport ad aprirsi ed evitare le divisioni razziali nonostante gli ordini del governo», ha ricordato il presidente dei Kaizer Chiefs Kaizer Motaung.

Il calcio in Sudafrica ha storicamente sempre rappresentato più di un gioco per aver tenuto testa alla tirannia e aver lottato per la giustizia. Ha sempre avuto una coscienza, motivo per cui dovrebbe giocare un ruolo fondamentale nella lotta più importante del paese nel post-apartheid: quella alla violenza di genere. Sostanzialmente, in Sudafrica non c’è luogo sicuro per le donne. Né stadi o stazioni dei taxi, né università o uffici postali. Nemmeno le proprie abitazioni.

Sono più di 52 mila i casi di abusi sessuali riportati alla polizia sudafricana dal 1 aprile 2018 al 31 marzo 2019. Nello stesso periodo la polizia ha registrato quasi 180 mila casi di aggressioni fisiche contro donne: poco più di 82 mila aggressioni comuni e più di 54 mila attacchi con l’intento di causare gravi lesioni fisiche. Le statistiche rivelano anche che 2771 donne sono state uccise in quei dodici mesi, a cui si aggiungono 3445 casi di tentato omicidio. Venendo al presente, la polizia ha registrato 2300 casi di violenza di genere nella prima settimana della quarantena imposta dal governo sudafricano il 27 marzo a causa del Covid-19. Questi numeri dipingono il terribile quadro di ciò che le donne sono costrette a sopportare in Sudafrica, ma l’aspetto più preoccupante è che questi numeri non dipingono il quadro intero perché si tratta solamente dei casi registrati. Molti casi non vengono denunciati poiché nel paese circola un forte senso di sfiducia nei confronti di un sistema giudiziario che non è in grado di proteggere le donne.

È qui che entra in gioco lo sport che nella sua storia ha sempre lottato per ciò che è giusto. Lo sport che ha il seguito maggiore, composto principalmente da uomini. «Il calcio deve prendersi la responsabilità di fare da guida» nella lotta alla violenza di genere, afferma Motaung. «Le donne sono persone molto importanti nella nostra vita. Siamo dove siamo oggi grazie ai sacrifici che loro hanno fatto quando eravamo bambini. Giocano un ruolo fondamentale nella nostra crescita. È importante che le trattiamo con il massimo rispetto che meritano». Questo accade raramente. Il calcio è un ambiente altamente misogino e quando coloro che sono al vertice delle istituzioni provano a diffondere messaggi positivi, utilizzano un tono condito da una visione patriarcale che relega l’importanza della donna nella società alla sua capacità di dare alla luce dei figli e ai loro legami – o relazioni – con gli uomini.

«Il calcio ha un ruolo importante in questa lotta» contro la violenza di genere secondo Nonhlanhla Skosana, responsabile dell’unità mobile e della comunità educativa dell’ONG Sonke Gender Justice. «I club devono fare di più per coinvolgere i tifosi e tutte le comunità con cui sono in contatto», dice Skosana. «Ma anche i calciatori, come uomini, devono prendersi le proprie responsabilità. È inutile lanciare un messaggio e poi non rispettarlo. Le società dovrebbero collaborare anche con organizzazioni come la nostra per dare forma ai messaggi che diffondono contro la violenza di genere. Alcuni dei messaggi inviati finora sono stati scritti senza la giusta sensibilità o hanno addirittura alimentato stereotipi di genere».

COMBATTERE IL SESSISMO NELLO SPORT

Ci sono donne che lavorano nel mondo dello sport che devono affrontare numerose sfide semplicemente per il fatto di essere donne. Khathochelo Mbanda è la team manager dello University of Pretoria FC, squadra della GladAfrica Championship, seconda divisione sudafricana. È cresciuta respirando calcio, giocando con suo fratello e i suoi amici sin da bambina. È diventata capitana della squadra femminile dell’Università di Witwatersrand e dopo la laurea ha iniziato a lavorare al Bidvest Wits nelle aree marketing e media e nella gestione del matchday.

«Non è stato un percorso facile ovviamente, perché sono una donna in un mondo dominato da uomini», dice Mbanda. «Le sfide sono tante, come quando ti sminuiscono chiedendoti “ma cosa ne vuoi sapere di calcio?”. Il sessismo è un grande problema. Vieni vista in primis come un oggetto sessuale, non come una persona competente. Essere una giovane ragazza è una sfida aggiuntiva perché la maggior parte delle persone che lavorano nel calcio sono più grandi e fanno parte di questo mondo da tanto tempo. Ma quando credi in te stessa e sai perché sei lì, allora potrai crescere e avere successo. Io sono stata fortunata perché ho lavorato e lavoro con uomini che mi vedono come una giovane capace e credono in me. Uomini come ‘Ntate’ George Mogotsi [ai Wits], Rendani Mulaudzi e Kenneth Neluvhalani [entrambi all’AmaTuks]».

L’AmaTuks è un club noto perché sta coltivando la prossima generazione di talenti, non solo nel calcio ma anche in altre discipline. Un’abilità che ha trasformato la società in un colosso sportivo. «Crediamo in programmi a misura d’atleta», sostiene Mbanda. «Nel caso del calcio, il programma è incentrato sul calciatore e guidato dall’allenatore. Ciò significa che crediamo nel benessere del calciatore anche al di fuori del terreno di gioco. Organizziamo sessioni di benessere con i calciatori che includono una seduta psicologica. Abbiamo delle linee di condotta non scritte che comunichiamo sempre ai calciatori: diciamo loro che possono parlare con gli allenatori, con me o con qualunque persona con cui si sentano a proprio agio all’interno del club di qualunque questione personale. Dobbiamo sapere per sapere come essere d’aiuto. All’AmaTuks siamo una famiglia, perciò teniamo al benessere di ognuno. Ci adoperiamo per formare persone migliori, oltre che calciatori».

Vari dirigenti calcistici contattati da New Frame concordano sul fatto che il calcio debba giocare un ruolo importante nella lotta contro la violenza di genere. «Il calcio dovrebbe prendere di petto questo problema», dichiara Tim Sukazi, presidente del TS Galaxy, altra squadra di seconda divisione con sede a Mpumalanga. «Ci sono molte cose che l’industria del calcio dovrebbe fare. Per prima cosa, il fatto che le partite di calcio siano trasmesse in TV e seguite da milioni di persone tanto a casa quanto negli stadi, concede la possibilità di lanciare forte e chiaro un messaggio prima delle gare. Poi si potrebbero persino utilizzare i cartelloni pubblicitari a bordocampo. Le società dovrebbero impegnarsi di più anche nelle comunità di loro appartenenza, sfruttando le associazioni di tifosi che hanno un grande seguito e un contatto più diretto con le persone».

COSA STA FACENDO LA PREMIER SOCCER LEAGUE?

Molte di queste cose sono state già fatte. La scritta “Diciamo no al femminicidio” compare nei cartelloni pubblicitari delle partite professionistiche. Lo sponsor della prima divisione (ABSA) porta avanti una campagna sulla violenza contro le donne. Ma queste iniziative sono insignificanti senza azioni concrete che le supportino. Quindi, cosa sta facendo la Premier Soccer League per affrontare la questione?

«Ci siamo riuniti con Padre Smangaliso Mkhatshwa per parlare di rigenerazione morale, perché tutti gli altri temi che abbiamo individuato non sono bastati», afferma il presidente della prima divisione sudafricana Irvin Khoza, riferendosi al prete cattolico, ex sindaco di Tshwane e leader del Moral Regeneration Movement (Movimento della Rigenerazione Morale). «Dobbiamo rivedere il nostro sistema di valori, perché questo contribuisce a instillare o nutrire una coscienza in grado di avvisarti quando stai commettendo un errore. Se questa voce interiore non è presente, qualunque messaggio finisce per giacere su un terreno sterile. Penso che dovremmo esplorare la questione della rigenerazione morale, la reputo fondamentale per l’autocontrollo».

Khoza continua: «Se non possediamo quella voce interiore, qualunque altra cosa o messaggio non ci aiuterà perché oggi non è possibile parlare alle persone. Sono influenzate dai social network. Sono influenzati dai loro telefoni, parlano con loro stessi. Prendono decisioni in autonomia. Qual è dunque il miglior modo per inserirsi in questa dinamica e appellarsi alle rigenerazione morale delle persone? Perché la morale è una cosa importante e ora è a rischio… Come possiamo rivitalizzarla? Ciò che ho visto in Giappone potrebbe essere utile, ci hanno detto che lì i valori vengono insegnati ai bambini dai quattro agli otto anni. Facciamo le stesse cose qui in Sudafrica? Siamo abituati a frequentare scuole di missionari, dove andiamo anche in chiesa. Quanti di noi vanno in chiesa ora? Molto pochi. Dov’è la fonte che può rivitalizzare i nostri valori morali? Non ce l’abbiamo. Non penso che la questione della rigenerazione morale sia l’unica soluzione, ma può essere d’aiuto per assicurare che i valori e un tessuto morale rafforzino la voce interiore che ci aiuta quando andiamo fuori strada». 

Guardando alla questione precisamente da un punto di vista morale, questo discorso appare semplicistico e ignora l’aspetto della giustizia, che rappresenta la sfida fondamentale della lotta alla violenza di genere, tant’è che il governo è stato criticato duramente per la sua incapacità di punire i colpevoli di reati di violenza sulle donne. Un report pubblicato nel 2017, intitolato “Giustizia per gli stupri in Sudafrica: Studio retrospettivo su indagine, processo e sentenza dei casi di stupro registrati dal 2012”, mostra come solo l’8,2% dei 3952 casi che gli autori hanno consultato, e che sono stati registrati da 170 stazioni di polizia in giro per il paese, ha prodotto una condanna.

CACCIARE GLI AGGRESSORI?

Il sistema giudiziario non è l’unico problema. Il mondo dello sport, infatti, tende a girarsi dall’altra parte quando sono i propri atleti a essere coinvolti in stupri o violenza domestica. Alcune federazioni, però, hanno delle linee guida che permettono loro di prendere provvedimenti. La NRL (National Rugby League) in Australia e la NFL (National Football League) in USA sono tra queste. La NFL non ne è uscita sempre immacolata quando i suoi tesserati hanno affrontato accuse di violenza domestica, ma col tempo ha perfezionato la sua policy. Per esempio, ora la lega non deve attendere l’apertura di un procedimento penale per poter indagare e imporre sanzioni ai giocatori, come sospenderli per sei partite. In quanto alla NRL, invece, l’anno scorso ha escluso Ben Barba dal campionato dopo che quest’ultimo era stato accusato di violenza domestica.

Sono misure che la Premier Soccer League potrebbe prendere in considerazione? «Ma questa non è la soluzione!», interviene Khoza. «Dobbiamo risolvere il problema. E il problema è che quella voce interiore di cui parlavo non è presente. Non ha senso parlare dei sintomi. Parliamo di come poter aiutare le persone a gestirsi. Tutti quanti abbiamo questo problema ora: non sappiamo cosa è giusto e cos’è sbagliato. Questo è il fantasma che ci sta perseguitando ora e noi vogliamo porre l’attenzione su altri aspetti. Espellere un giocatore dalla lega è solo la soluzione più facile, ma non risolve il problema. Risolviamolo il problema: cosa può aiutarci a ritrovare l’autodisciplina? Perché tutto ruota intorno all’autodisciplina, se vuoi fare quelle cose [abusare della tua partner] e senti quella voce interiore, non puoi farlo. Se la voce non c’è, di cosa stiamo parlando? Escludiamo il giocatore e cosa abbiamo risolto?».

Khoza è anche il presidente degli Orlando Pirates, la seconda squadra più tifata del paese, e non è l’unico che si schiera contro l’esclusione di calciatori coinvolti in episodi di violenza domestica. «Il fatto è che potrebbero esserci casi reali, ma anche casi in cui le donne vengono usate per incastrare i calciatori per varie ragioni», sottolinea dal canto suo Motaung, a capo dei Chiefs, il club che gode del numero maggiore di tifosi in Sudafrica. «Ci sono persone là fuori che vogliono fare soldi e alcune di queste ragazze sono sfruttate a questo proposito. Certo, non dovrebbe succedere, ma se succede dobbiamo prendere le misure necessarie per affrontare la situazione. Dobbiamo vigilare su coloro che approfittano della questione violenza per estorcere soldi, perché è una pratica assai comune».

È emblematico come Khoza e Motaung si concentrino sugli aggressori anziché sulle vittime, e ancor più importante, sull’aspetto giudiziario.

Il co-direttore del Highlands Park Larry Brookstone concorda sul ruolo che il calcio dovrebbe assumere in questa battaglia contro la violenza di genere, ma, come Khoza, non vede l’esclusione dei colpevoli dalla lega come una soluzione. «Il problema è che così facendo espelli il calciatore dal campionato, ma non espelli il seme della violenza di genere dalla persona», afferma. «Ti assicuri di buttarlo fuori dal mondo dello sport e te ne lavi le mani, ma gli permetti di continuare a comportarsi così [da qualche altra parte]. Al contrario, nel caso in cui un calciatore venisse scoperto, un’istituzione ben organizzata dovrebbe provare a dargli consigli e aiutarlo a modificare i suoi comportamenti per porre rimedio alla situazione. Non voglio che i casi si moltiplichino. Il problema non scompare improvvisamente e se allontani una persona, escludendola dal mondo dello sport, questa si arrabbierà ancor di più e tenderà a replicare i suoi comportamenti».

Sonke Gender Justice ha collaborato con calciatori quali Edward “Magents” Motale, il capitano dei Pirates che vinsero la Champions League africana nel 1995. Insieme portano avanti iniziative a Western ed Eastern Cape, a Mpumalanga e Gauteng dove utilizzano il calcio per spiegare ai ragazzi che la violenza di genere non va affatto bene.

Skosana è d’accordo con parte della visione di Brookstone, ma sostiene che «è importante coinvolgere anche le forze dell’ordine e assicurarsi che gli aggressori siano consegnati alla giustizia». Poi anche lei aggiunge che «non bisogna focalizzarsi solo sulle punizioni. Molto va fatto anche in termini di prevenzione. Dovrebbe esserci un cambio di mentalità sulla parità di genere nei club ed è necessaria una leadership forte che possa prendere di petto la situazione quando sono coinvolti addetti ai lavori».

LA NECESSITÀ DI UN CAMBIAMENTO INTERNO

La leadership non si è dimostrata abbastanza forte in passato quando calciatori sudafricani sono stati accusati di violenza domestica. Abusi nei confronti di partner e di minori e presunti accoltellamenti ai danni di donne con cacciaviti non hanno dissuaso alcuni club dall’acquistare o mantenere un calciatore in rosa. L’ex calciatore del Santos Jeremy Jansen – che ha scontato solo quattro degli otto anni a cui è stato condannato per sequestro, tentativo di stupro e aggressione con intento di causare gravi lesioni fisiche – ha trovato una squadra una settimana dopo il suo rilascio. E la canzone “Tjovitjo” di Brickz risuona all’inizio di molte partite nonostante il cantante kwaito (un genere musicale sudafricano, NdA) sia stato in passato condannato e imprigionato per abuso su minori.

Inoltre, una società della prima divisione sudafricana, nota a New Frame, non ha agito quando ha ricevuto le prove che un suo calciatore stava molestando sessualmente una donna che aveva cercato anche di violentare. Questi atteggiamenti fanno apparire i messaggi diffusi dai club come mera formalità anziché come un reale tentativo di promuovere un cambiamento. Dicono una cosa, ma ne fanno un’altra. E più il giocatore è famoso, più diventa intoccabile quando infrange la legge. Questo è uno dei tanti aspetti di cui il calcio deve occuparsi se vuole giocare un ruolo significativo in questa battaglia. Se il mondo dello sport vuole unirsi a questa lotta contro la violenza di genere, deve iniziare a cambiare dall’interno.

«Essere una giornalista sportiva in Sudafrica molto spesso è come camminare in un campo minato», ha rivelato a New Frame una collega in condizioni di anonimato. «Adoro fare la giornalista sportiva e sono brava nel mio mestiere», dice. «Così come in altri settori, la convivenza tra generi non dovrebbe essere negoziabile. Conosco donne che hanno abbandonato questo mestiere, non per mancanza di competenze ma per la cultura intrisa di misoginia che caratterizza questo settore. Le cose devono cambiare. Io ho smesso di chiedere scusa per essere troppo “rumorosa, dura, presuntuosa, sgradevole, grassa, per reagire in modo eccessivo, per essere emotiva, per scendere nel personale o per non lasciar perdere”. Non possono pretendere che rinunciamo alla nostra femminilità ogni volta che andiamo al lavoro solo per fare un piacere a uomini insicuri. Ci sono così tante storie strazianti di resistenza di donne nere in questo campo e l’assenza di libertà d’espressione ci allontana le une dalle altre. È un danno enorme perché così non abbiamo nessuno a cui rivolgerci. È come se il sistema fosse stato disegnato per dividere e conquistare le donne. Ma dicendo ciò non andrò da nessuna parte. Sono qui per raccontare storie di persone africane, delle loro speranze, dei loro sogni, delle loro sofferenze e dei loro trionfi».

Di nuovo: il calcio non cambierà la situazione in cui vivono le donne in Sudafrica, ma può essere parte del processo di cambiamento, come lo è stato durante la battaglia contro l’apartheid. «Il calcio deve giocare un ruolo importante nel contenimento della violenza di genere nel nostro paese», ribadisce Mbanda. «Dobbiamo educare i nostri giocatori, gli staff e i tifosi. Dobbiamo creare programmi e piattaforme per esporli al ruolo che le donne rivestono nelle nostre vite e all’importanza di rispettarle. Questo è parte del benessere psicologico che auspichiamo per la nostra squadra. La violenza di genere non è solo fisica, ma è anche nel modo in cui una donna viene guardata e di come ci si rivolge a lei… Le donne non sono solo dei sex symbol, siamo molto di più».

L’AIUTO DEL CALCIO NELLE VIOLENZE DOMESTICHE

Il potere del calcio – vale a dire la cieca lealtà e devozione che riceve da milioni di appassionati – rappresenta anche la sua debolezza nei momenti in cui è necessario prendere la decisione giusta. Il poeta del calcio Eduardo Galeano, morto nel 2015, lo dice succintamente in “Splendori e miserie del gioco del calcio” quando scrive: «In questo posto sacro, l’unica religione senza atei mette in mostra le sue divinità». Il fanatismo che circonda il calcio può essere pericoloso. Persone hanno perso la vita in rivalità sanguinose, da Buenos Aires a Zagabria, ma non sono solo gli ultras a pagarne le conseguenze. Una ricerca ha collegato le partite di calcio a picchi di violenza domestica.

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università del Lancashire su tre edizioni della Coppa del Mondo (2002, 2006 e 2010) ha scoperto che gli abusi domestici sono aumentati del 38% in caso di sconfitta della nazionale inglese. La percentuale è salita fino al 26% in caso di vittoria o pareggio dell’Inghilterra. Inoltre, le violenze crescevano dell’11% il giorno successivo alle partite della nazionale dei Tre Leoni. La rivista The Nation ha riportato che in Colombia le violenze domestiche sono aumentate rispettivamente del 38% e 25% nel periodo in cui la nazionale sudamericana ha disputato i Mondiali del 2014 e 2018. La cifra ha raggiunto il 50% durante la Copa América del 2015.

Questo accade perché il calcio non è un mondo a sé stante. Nella maggior parte dei paesi è un riflesso della società e il razzismo, l’omofobia, la xenofobia e la misoginia che osserviamo nelle tribune è visibile anche per le strade. Ma per il potere di cui dispone, di lasciare più di un miliardo di persone col fiato sospeso durante un Mondiale, il calcio può giocare un ruolo significativo nell’affrontare i mali della società. Per far sì che ciò avvenga, però, chi sta a capo delle istituzioni non può limitarsi a dire la cosa giusta. Deve anche fare la cosa giusta prendendosi, insieme ai calciatori, le proprie responsabilità. Se così sarà, il calcio continuerà a prendere parte ai cambiamenti del mondo.