Traduzione di Matteo Albanese

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Per la principale stella del calcio femminile d’Europa, la stagione s’è conclusa a gennaio. Ma a un certo punto, se esiste del tempo in cui riabilitarsi da un infortunio al legamento crociato, è proprio quando tutto il calcio si ferma. Improvvisamente, Ada Hegerberg spera ora di giocare la finale di Champions League ad agosto. «In una situazione del genere, servono personalità forti che si assicurino che il calcio femminile non perda le posizioni conquistate prima del coronavirus», dice la Hegerberg in un’intervista esclusiva allo Sportbladet, in cui parla della sponsorizzazione da record con Nike, l’importanza di Lotta Schelin per la sua carriera e il fatto che in realtà provi una certa tristezza per Göteborg.

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Per la maggior parte dei calciatori è stata una primavera particolare, ma il punto è se Ada Hegerberg, 24 anni, non si sia trovata un po’ avvantaggiata. Anche stavolta. Il 26 gennaio, in allenamento col Lione, s’è infortunata al legamento crociato, ma non provò subito dolore dato che il ginocchio era ben allenato. Due giorni dopo, la diagnosi: il legamento crociato esterno era ko. La stagione di Ada Hegerberg era finita e lo stesso destino lo avrebbe condiviso con l’intero campionato poche settimane dopo, quando la pandemia da nuovo coronavirus avrebbe messo fine alla stagione calcistica in Francia. La squadra femminile dell’Olympique Lione è stata però incoronata campionessa per la 14° volta di fila.

L’allenamento e la riabilitazione di Ada Hegerberg sono stati di punto in bianco straordinariamente tempestivi, se così si può dire parlando di infortuni alle ginocchia. «È piuttosto incredibile saltare sole quattro o cinque partite con un infortunio al crociato. Ho sempre pensato di essere molto fortunata nel corso della mia vita, penso sia andata così per questo motivo», ha detto la Hegerberg dalla sua casa di Lione, dove suo padre Stein Erik Hegerberg s’è recato in visita.

«È bello avere la famiglia con te quando devi fare riabilitazione. Fisicamente, è un periodo difficile». Nel suo percorso riabilitativo è oggi coinvolta una manciata di persone, le sue dichiarazioni figurano nei titoli nei media sportivi del mondo intero e, quando è intervistata, lo fa con pubblicazioni quali NY Times, The Guardian o The Independent. Per ottenere un’intervista con la star del Lione è servito tempo e si deve passare attraverso un’agenzia di pubbliche relazioni che gestisce la sua comunicazione. Quando la Hegerberg si collega tramite videochiamata, puntuale, dall’altra parte dello schermo trovo una ragazza norvegese venticinquenne distinta, giudiziosa e impressionantemente matura.

Lei pensava che sarebbe stata pronta a tornare in campo all’inizio della prossima stagione, ma quando la finale di Champions League è stata posticipata alla fine di agosto, sotto forma di un mini-torneo nei paesi baschi, s’è accesa una nuova speranza. Ada Hegerberg, che aveva deciso la finale di Champions League dello scorso anno, con una tripletta per il suo Lione contro il Barcellona, ha tutt’a un tratto la possibilità di giocare anche quest’anno. Prima, però, il Lione affronterà il Bayern Monaco ai quarti di finale.

«Non so se riuscirò a farcela, questa è la triste verità. È importante essere ambiziosi e avere come obiettivo il ritorno in campo, ci penso, ma è impossibile dirlo con certezza. Al momento, ragiono giorno dopo giorno. Serve ascoltare sia la testa che le ginocchia – ha detto Ada Hegerberg – ho avuto tutto quel di cui avevo bisogno». L’attaccante del Lione, effettivamente, non ha lasciato nulla al caso. Del resto, non sembra aver lasciato nulla al caso durante tutta la sua lunga carriera.

«Poco prima di operarmi, mi dissero che in Austria, a Kitzbühel, si sarebbe tenuta una conferenza dedicata ai legamenti crociati. Ho preso il mio agente e mio marito Thomas (Rogne, calciatore norvegese con un passato all’IFK Göteborg, attualmente al Lech Poznan, nda), così siamo andati lì e abbiamo cercato i medici con le migliori capacità, per far sì che fossi nelle migliori mani».

Deve essere stato molto romantico assistere assieme a una conferenza sul legamento crociato.

Ada: «Sì (ride, nda), ma Kitzbühel è un posto carino, lo consiglio». 

Per la maggior parte degli atleti, poi, è stata una strana primavera. Quando la Federazione internazionale dei calciatori, la Fifpro, ha effettuato delle rilevazioni a poche settimane dall’epidemia, è uscito fuori che circa la metà dei giocatori mostrassero sintomi di depressione. I dati peggiori riguardavano le donne. Ada Hegerberg ha attraversato un periodo di riabilitazione complicato e contemporaneamente c’è stato lo stop causato dalla pandemia, eppure lei dice di esser riuscita a evitare i pensieri più tetri.

«Avevo tutto quello di cui necessitavo, la mia famiglia poi sta bene in casa è quindi è andato tutto bene. È stato un momento difficile per la gente perché è stata tolta la libertà per un po’, ma a me l’infortunio aveva già imposto una pausa prima. È stato difficile stare lontano da Thomas, ma sono riuscita a fare un po’ di riabilitazione lì (in Polonia, dove gioca il marito, nda). In quel periodo mi sono sentita privilegiata e al sicuro, con Thomas siamo riusciti a vivere per un certo periodo come non l’avevamo mai fatto. Ora mi alleno al 100%, è una questione di dedizione e di mentalità ma sono stata sulle montagne russe, sia mentalmente che fisicamente».

«MI HANNO SUPPORTATO TANTISSIMO, LORO»

Sembra che l’attenzione sia fisica che mentale sia il motto della famiglia Hegerberg. Quando Ada aveva dieci anni e la sorella Andrine dodici, la famiglia si trasferì dalla città di Sunndal, nella Norvegia nord-occidentale, a Kolbotn, un sobborgo di Oslo, per permettere alle figlie di giocare a calcio. La loro madre, Gerd Stolsmo, ex calciatrice della nazionale norvegese, e il loro padre, Stein Erik, allenatore, sono ancora decisamente coinvolti nelle carriere delle due. Quando Ada e Andrine sono a casa e non giocano le partite di club, rispettivamente a Lione e Roma, Stein Erik si allena con loro. Una leggenda narra che le figlie dovettero accettare di recarsi agli allenamenti in bicicletta o a piedi, e che i passaggi supplementari col padre le avessero aiutate a svilupparsi fisicamente. Tutto questo per vedere dove fossero i loro limiti.

 «Questo allenamento rigoroso è cominciato a undici o dodici anni, poi lo abbiamo valutato – dice Ada – io sono stata fortunata perché mia madre e mio padre sono entrambi stati nel mondo del calcio e sanno come vanno le cose. È stato un supporto enorme, servono sempre persone che ti sostengano lungo il percorso. Persone di cui ti fidi. Non sempre è così facile, specie per le ragazze all’inizio, perché per loro è difficile esser prese sul serio, come giocatrici. Sono stata davvero fortunata ad avere due genitori che mi abbiano seguito».

È abbastanza insolito, nei paesi nordici in cui le famiglie investono molto poco nello sport dei figli. In che percentuale ti ha reso quella che sei ora?

Ada: «È importante che chiunque scopra le qualità che possiede da bambino, siano nella musica o in qualunque altra cosa. Penso che nel calcio sia molto importante vedere che cosa uno abbia in testa e come intenda lavorarci. Poi si ottiene confidenza e con più convinzione ci si costruisce una carriera. Dico sempre questo alle giovani ragazze, secondo me devono trovare le loro qualità, perché è molto più facile costruirvi sopra qualcosa».

Tu e tua sorella avrete sicuramente avuto la mentalità giusta, ma se i genitori si fossero battuti fortemente, in molti avrebbero rinunciato?

Ada: «Infatti, lo stimolo non può arrivare dai genitori! Deve venire da te stesso. Sei tu che devi avere “fuoco”, coraggio e voglia di migliorare. Questo è un punto molto importante. Spesso mi fanno questa domanda i genitori che hanno figli non così motivati e allora in questi casi non puoi fare molto. Era una regola che avevamo in famiglia, ovvero saremmo state noi a spingere per allenarci, non qualcun altro».

«PUÒ ESSERE UNA STRADA PER L’INTERO CALCIO FEMMINILE»

Qualche settimana fa, Nike ha presentato una nuova partnership con Ada Hegerberg, Stando a Forbes, il contratto è valido dieci anni e contiene una cifra annuale a sette cifre per la norvegese. Il fatto che una calciatrice femminile sfondasse questa barriera economica (il milione, nda) con una sponsorizzazione, era solo questione di tempo. Non era un fronzolo il fatto che la Hegerberg, tre volte vincitrice della Champions League, avesse segnato 53 reti in 50 partite. Comunque, va rimarcato che i giganti dello sport americano stiano investendo in una calciatrice che non gioca con la nazionale, un territorio in cui il calcio femminile ha sempre avuto la sua principale fonte di visibilità.

Ada Hegerberg ha lasciato la nazionale norvegese nel 2017, dopo il fallimento in un Europeo in cui la Norvegia non riuscì a segnare un solo gol. Da allora, non s’è più guardata indietro. Il conflitto con la Federazione norvegese – secondo la Hegerberg a causa dei bassi investimenti nel calcio femminile, secondo la Federazione a causa delle difficoltà di cooperare con la Hegerberg – non è affatto prossimo a una risoluzione. Per il momento, la principale giocatrice di calcio femminile d’Europa non ha nulla da dire di nuovo a riguardo.

«La decisione (di lasciare la nazionale, nda) non ha posto dei limiti alla mia ambizione. Ritengo che possa essere una strada per l’intero calcio femminile, perché oggi è Nike è l’attore che più di tutti sta spingendo le donne nel mondo dello sport. Farne parte è molto motivante. Penso che si potrebbe dire che questo accordo sia una pietra miliare della mia carriera, che scriva la storia e accompagni lo sport nella giusta direzione. Ci sono ancora molti dogmi che devono esser rotti a proposito delle calciatrici, in questo servono grandi giocatrici al tuo fianco».

In una recente intervista, hai detto che il calcio femminile è stato messo “in seconda linea” dalla pandemia da coronavirus.

«Possiamo notare che solo il campionato femminile tedesco ha ricominciato e non credo di dover dire molto di più per mostrare quale sia la realtà a momento. Per questo è così importante che ci siano grandi sportivi che portino la discussione sul calcio femminile su tavoli importanti. Così non è accaduto negli ultimi mesi. Capisco perfettamente che siamo in una fase in cui abbiamo ricevuto molti aiuti dal calcio, ma siamo sulla buona strada per creare e commercializzare un prodotto nostro. In questa situazione, servono personalità con spiccate doti di decision-making per far sì che non si perda la posizione che abbiamo acquistato prima del coronavirus».

«I SOCIAL MEDIA SONO TRABOCCATI»

Appartieni a un gruppo che combatte molte battaglie per il calcio femminile: tu e Meghan Rapinoe, Nilla Fischer e Kosovare Asillani in Svezia. Sei ancora all’inizio della tua carriera, non è che a volte senti che serva troppa energia?

«Personalmente, preferirei parlare soltanto del calcio, della qualità e della tecnica. Non sono per le discussioni sociali, ma la realtà è quella che è. C‘è tantissima strada da fare e poi devi avere il tempo per fare la differenza. Questo è, ed è triste vedere che la tua passione, il tuo sport, non vada nella direzione corretta. Poi serve fare qualcosa. Vedo però che ci sono giorni in cui non si parla d’altro che di problemi, mentre si arriva a un punto per cui si vuole che i media parlino di sport. Tutti abbiamo un ruolo in questo circolo vizioso. Mi sarebbero piaciute più domande sulle partite e i dettagli di tattica ma, come ho detto, i problemi fanno parte del calcio femminile e se nessuno ne parla non andremo da nessuna parte».

Ada Hegerberg ha deliberatamente intrapreso molte battaglie per l’uguaglianza di genere nel calcio. Ma la più famosa gli è stata più o meno incollata addosso, quando ha ricevuto il Pallone d’Oro 2018 a Parigi, prima donna di sempre, e le fu chiesto dal DJ della serata di gala, Martin Solveig, se sapesse twerkare. I social media sono traboccati, sportivi come Andy Murray dibatterono sul sessismo nello sport, ma in quell’occasione Ada Hegerberg volle solamente festeggiare lo storico riconoscimento appena ricevuto.

«Di tanto in tanto, mi pongono come domanda se io sappia twerkare, ma ancora non voglio rivelarlo».

Resterà nella tua autobiografia?

«Esattamente. No, però lì ci sono state molte reazioni, eppure per me è stata la prima volta in cui una donna ha vinto il Pallone d’oro. Mi sono concentrata su questo».

Ma il dibattito non era comunque importante?

«Certamente (è importante, nda), ma c’è stato un contraccolpo incredibile per il DJ. E se non impari da esempi del genere… Dopo tutto, la storia del mondo sta cambiando, si spera che incidenti come questo non si ripetano».

LA FOTO – UN MONUMENTO ALLA LUCE DELLE STELLE

C’è una fantastica foto, del galà di Parigi 2018, in cui Ada Hegerberg, che per l’occasione indossava un abito dorato, è circondata dalle compagne di club e campionesse Dzsenifer Marozsán, Saki Kumagai, Amandine Henry, Lucy Bronze, Wendy Renard e Amel Majri, tutte vestite di nero. La foto è un piccolo monumento alla gloria e allo spirito di squadra, in forte contrasto con l’idea di una fastidiosa individualista, immagine che Ada Hegerberg ancora ha addosso in parte per il conflitto con la Federcalcio norvegese. L’Olympique Lione è probabilmente il club superiore a ogni livello di calcio ed è pieno di calciatrici stellari: quattordici campionati consecutivi, sei Champions League negli ultimi dieci anni e una sfilza di giocatrici famose rendono Lione una fortezza del calcio femminile. Ma quanto è motivante giocare in una squadra che sconfigge tutte le resistenze anno dopo anno?

«Devi sempre prendere posizione nella tua squadra, in primis. Lotta Schelin è un ottimo esempio di questo, è stata la prima a trasferirsi dalla Scandinavia e prendersi un posto a Lione. È diventata parte di una grande potenza qui. È stata forte. Io stessa ho sentito che, anno dopo anno, avrei dovuto lavorare tutto il tempo, perché non c’è una posizione fissa. Serve tanto a un gruppo per restare al top. Devi avere il carattere giusto ma anche un mix di persone con la stessa ambizione tua».

Tifi per qualche altra squadra?

«Ho ricevuto il mio primo kit dell’Arsenal da bambina, principalmente per Thierry Henry. Ma non ho mai avuto un tifo passionale per alcun club, ed è un po’ triste. Ho seguito però più squadre, come il Barcellona e il Milan quando erano al loro massimo splendore in Champions League. Ora il Lione, naturalmente. Ho anche un debole per l’IFK Göteborg, dato che Thomas (Rogne, IL marito, nda) ha giocato lì. È stato un periodo fantastico, vivere a Göteborg è stato bello e in effetti ci siamo conosciuti proprio a Göteborg, dove ha giocato dal 2015 al 2018. Abbiamo trascorso molto tempo, gli abitanti di Göteborg sono veramente “klassefolk” (persone di classe, nda) persone molto buone e aperte».

Sei un profilo di fama internazionale, cosa pensi effettivamente della tua immagine in Norvegia?

«Non ho alcun commento da fare su questo, ma penso di esser stata me stessa lungo tutta la carriera e questo è quel che conta. Le persone hanno così tanti pensieri e opinioni. Io so di esser stata la stessa persona. Ogni sera posso guardarmi allo specchio e dire: “hai dato tutto quel che avresti potuto dare, anche oggi”».